Ieri pomeriggio ho fatto un giro tra i Chiostri di via san Barnaba 48 a Milano per assistere ad uno dei seminari organizzati in occasione della Social Media Week, in programma dal 19 al 23 Settembre. Oggetto dell’incontro intitolato “La proprietà intellettuale nell’era digitale. Cinema, musica e editoria: tre crisi a confronto” diversi aspetti, in particolar modo legati al diritto d’autore, che si legano alla crisi comune a tutti i settori dell’infotainment.
Dopo una breve introduzione di Stefano “Acty” Rocco, membro del consiglio di direzione di Rockit.it e moderatore del dibattito, l’attenzione si è spostata su Carlo Antonelli, nuovo direttore di Wired Italia. L’analisi dell’ex direttore Sugar e poi Rolling Stone ha riguardato inevitabilmente l’industria discografica in chiave storica, con riferimento alle major del disco ed agli attori più rilevanti definiti come “latifondisti”. Questi infatti, secondo Antonelli, hanno avuto il controllo del consumatore proprio negli anni di boom di vendita di supporti fonografici (CD e cassette), attuando verso di esso una vera e propria vessazione nei consumi, imponendo prodotti che prevedessero la massimizzazione del profitto ed abbandonando le nicchie, anche profittevoli. L’industria discografica si è disinteressata del consumatore ed i protagonisti di questo distacco dalla realtà sono diventati in poco tempo “cattivi proprietari terrieri”.
La distribuzione ha risentito di questa imposizione del consumo e nelle edicole hanno cominciato a comparire prodotti editoriali di ogni genere, rendendo quei piccoli chioschi da dispensatori di notizie ed approfondimento a venditori di prodotti generici (non più solo CD e DVD ma anche gadget ed accessori), con notevole incuria dei discografici di allora, complici di un imperium fatto di sovraccarico di costi e prodotti presenti nel mercato.
In risposta a questa situazione, una rivolta prima informatica e poi culturale ha preso piede contro un’industria discografica cieca. Lo sharing è una base di scambio di prodotti, un processo inarrestabile che ha generato una sorta di battaglia produttore di contenuti-utenti della Rete nella quale i primi hanno commesso diversi errori strategici: il primo in assoluto è stato il tentativo di arginare il fenomeno della pirateria al posto che, ed ecco il secondo errore, catalogare l’archivio in digitale per adeguare il proprio business ad un mercato in rapido cambiamento; ultimo ma non ultimo, il tentativo di “conservare la poltrona” senza dare spazio a chi, da tempo, si stava già occupando di mercato digitale (al contrario, ad esempio di Kodak che ha resistito al cambiamento adeguandosi).
Oggi la tendenza dei “cattivi proprietari terrieri”, sopraffatti da un sistema totalmente nuovo e sconosciuto, è voler recuperare un rapporto di fatto abbastanza incrinato con il consumatore, che non vuole più i prodotti che gli vengono propinati secondo le logiche di mercato tradizionale. A ciò si aggiunga la difficoltà della produzione di contenuti di qualità consumer-oriented (come può essere una rivista come Wired), che si scontra con costi di produzione esponenzialmente più alti, ad esempio, di quelli per la stampa dei libri. Ma allora, come è possibile continuare a produrre con un rischio così elevato sui proventi?
La risposta è semplice: è impossibile abbassare i costi. La conseguenza diretta è un’esplosione di lavori a medio-basso costo, svincolati da regole certe, immersi in una situazione totalmente differente dove esistono nuove forme di finanziamento. Prima infatti avveniva un lungo processo di raffinazione del prodotto stesso, oggi, al contrario, ciò che viene creato è puro, selvaggio, rough ma “estremamente meraviglioso”. Antonelli definisce questo nuovo ambiente di mercato come “una soluzione a 0 revenues”, in cui l’ambizione non è più “finire al centro” ma rimanere in quella galassia che sopravviverà ancora molti anni. L’industria tornerà ad essere florida.
Subito dopo l’intervento di Antonelli, che ha lasciato la sala per un impegno, Jacopo Barigazzi ha introdotti quella che è la sua idea di crowfunding, tradotta in una nuova forma di quotidiano chiamato Linkiesta. Il sito prevede un’integrazione diretta nel ruolo del giornalista. Questo è infatti una public company con 80 soci, detentori tutti della stessa quota ed inclusa in un sistema per cui la manutenzione è poco dispendiosa e non dipende eccessivamente dalle grandi concessionarie di pubblicità.
Il dibattito si è poi spostato sul versante editoriale e del web. Paolo Bottazzini ha descritto le teorie, incluse nel suo libro intitolato “Googlecrazia“, secondo cui l’azienda californiana è diventata il “direttore della Rete”, in un ambiente come quello informatico dove è necessario creare più strumenti per rendere ordinato ciò che in realtà è molto confuso e complesso. Legandosi all’intervento di Antonelli, Bottazzini ha rilevato quanto ogni cosa sia oggi vera e sempre disponibile, ma solo chi è opinion leader può decidere cosa sia rilevante per gli altri.
Secondo Daniele Cassandro, caposervizio in Wired Italia, chi fa informazione condivide le problematiche che interessano gli altri produttori di contenuti. La carta per sopravvivere (un giorno non sarà più disponibile) deve indirizzare il consumatore a focalizzare l’attenzione sul gesto che compie nello sfogliare il prodotto. In effetti, quando si tratta di giornale cartaceo, i tempi ed i modi di fruizione si allungano e sono totalmente diversi da quelli digitali. Non è possibile, sul prodotto cartaceo, permettersi che solo uno dei contenuti, un solo angolo di una delle centinaia di pagine, possa essere irrilevante; in questo la Rete è per il giornalista un’ottima risorsa, imprescindibile quando si tratta di approvigionarsi di notizie.
Di fatto l’approfondimento, secondo Cassandro, non morirà mai ed “essere nei posti” è ancora la caratteristica di base che il giornalista deve avere per creare un buon prodotto, sebbene non possa esserci informazione senza Internet. La rivoluzione digitale è in atto.
Fernando Mantovani, direttore vendite online di Feltrinelli.it, ha proseguito il pensiero di chi lo ha anticipato negli interventi, ribadendo il fenomeno dell’abbondanza di informazioni in Rete. Già ex di EMI, si è occupato di pirateria e musica digitale ed ha ben presente quale sia il problema legato alla proprietà intellettuale.
Mantovani ha analizzato la situazione degli ebook in Italia, ancora troppo sottosviluppato per definirlo un business profittevole, che deve trovare una nuova linfa vitale dallo sviluppo di nuovi formati, compresa una maggiore interattività tra i prodotti per rendere i clienti, prima di definirli tali, dei fan del libro. In questo contesto è necessario proteggere i contenuti lavorando su nuove leggi, anche sconvolgendo il diritto d’autore, oggetto di numerose aberrazioni delle interpretazioni. La sfida agli editori è molto complessa ma certamente Internet è lo strumento principe, anche quando si tratti di diritto d’autore.
Chiaro il concetto che viene esposto, durante la conversazione emerge il funzionamento un po’ precario del business di iTunes, ad esempio, che possiede l’hardware oltre al prodotto digitale. Ma è possibile sopravvivere solo possedendo il contenuto?
Mantovani ritiene che sia indispensabile diversificare il bunsiness e sia necessario costruire alleanze rinunciando ai protagonismi ed alla padronanza di mercato, con una grande condivisione di competenze.
Ultimo, ma non meno importante, l’esempio di crowfunding portato da Michele Fornasero, che insieme ad Andrea Tommaselli ha creato un film intitolato Zoo School. L’idea nasce e si sviluppa nel contesto di una casa di produzione tradizionale ben cosciente della democratizzazione del flusso, fermamente convinta del fatto che sia più semplice coinvolgere le persone normali nel concedere microfinanziamenti, fermo restando che non si possa mai escludere il sistema tradizionale di ricezione delle sovvenzioni, pur essendo un’esperienza in cui tutti gli impiegati lavorano in percentuale. Rimane tuttavia un modello difficile da sostenere, sebbene tutte le figure professionali coinvolte abbiano investito sulla base del progetto, di fatto un nuovo sistema di fruizione del prodotto cinematografico.




